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LA VEDOVA NERA

08 Mag

Io credevo davvero fosse lei, la vedova nera. La chiamavano così la serial-killer che quell’anno uccideva gli uomini dopo averli sedotti. E che fosse una donna lo urlavano forte tutti gli indizi. Sembrava lo facesse per vendicarsi degli uomini, in particolare di quelli che usavano le donne come fossero oggetti. Lei prima ci faceva l’amore, poi li ammazzava. “D’amore si muore” firmava ogni scena del reato.

Ero più che certo fosse Lidia, la ragazza mora del corso di Letteratura russa. Era strana ma bellissima. L’avevo notata già alla prima lezione, con i suoi capelli lunghi e neri che ondeggiavano ogni volta che entrava un po’ di vento dalla finestra. Alla fine della lezione, aveva chiesto al mio amico Gianrico:- Hai da accendere?- Gianrico, se non avesse fumato, avrebbe cominciato a farlo in quel preciso istante. – Certo..-, poi l’aveva misurata con lo sguardo e aveva continuato :- Io sono un pittore..Tu mi ispiri, sai? – E lei, con un sorrisino buffo,:- Esattamente cosa? Sesso?

Da allora eravamo sempre insieme, anche se lei non sopportava Gianrico. Il mio amico da parte sua era assolutamente convinto che se la sarebbe portata a letto. – Vedrai che cederà prima o poi, vedrai..- diceva e io facevo finta di essere d’accordo.

Poi era successo. Qualcuno aveva ammazzato il professore di Letteratura russa. Si mormorava in giro che l’avesse fatto fuori proprio la vedova nera. – Ha fatto bene, era un vero porco. – aveva commentato Lidia, senza battere ciglio. Che il prof non fosse un angelo lo sapevano anche i muri. Era risaputo che circuiva le studentesse con la scusa dei libri e di un bel 30 sul libretto. Io sapevo che aveva cercato di sedurre anche Lidia; me l’aveva confessato lei una mattina che l’avevo vista incazzata nera.

foto di Robert Mapplethorpe

Alla fine la “donna-ragno” aveva beccato anche Gianrico. L’avevano trovato nudo piegato in due su un cavalletto. Il sangue si confondeva con la tempera magenta e su una tela lì vicino, tra le macchie di vermiglio, c’era abbozzata una figura di donna.

A quel punto ero terrorizzato. Ero sempre più convinto che l’assassina fosse lei. I conti tornavano. La polizia parlava di una donna bellissima, giovane, seducente ma estremamente pericolosa. Lidia era tutto questo. In più aveva un profumo dolce che ti stordiva. E quegli occhi, poi, quegli occhi neri come l’inchiostro che ti dicevano una cosa sola: amami. Avevo una voglia matta di fare l’amore con lei, ma avevo anche una paura folle di morire.

Quella sera, Lidia mi aveva invitato a bere qualcosa sotto il pub di casa. Dopo una bottiglia di vino, salimmo subito a casa sua. Andavamo piano sulle scale, come per blandire il nostro desiderio. Non appena Lidia chiuse la porta dietro di noi, mi si avventò sopra. Non capivo quando ci eravamo tolti i cappotti, né come eravamo finiti sopra il divano. Mentre lei mi toglieva il maglione e la camicia, mi guardava con quegli occhi, con quegli occhi di petrolio. E poi parlò.

–        T’immagini se io fossi la vedova nera?

–        Mmmm – stirai un sorriso, ma rabbrividii.

–        Sai cosa farei ora? Ti leccherei tutto, per capire se sei buono da mangiare..- e rise buttando indietro i lunghi capelli. E mi leccò davvero; cominciò dal collo e scese giù per il petto, disegnando dei cerchi intorno ai capezzoli. Sentivo la lingua calda e un po’ ruvida solleticarmi lo stomaco, insieme ai capelli che ondeggiavano ad ogni suo movimento. Si fermò solo quando arrivò all’inguine, abbassando più che poteva i pantaloni.

–        Toglili!- le intimai. Era il desiderio che parlava; la paura si era ormai arresa.

–        E non hai paura? Perché se fossi davvero la vedova nera, non so cosa succederebbe al tuo.. – ma mentre sussurrava queste parole, i pantaloni erano già sul pavimento, insieme ai boxer.

Mi leccò un’ultima volta sulle labbra, mentre si metteva a cavalcioni su di me e mi faceva entrare. Piano. Profondamente. Stava dritta, ancorandosi con una mano al mio petto. Mi guardava con quegli occhi, quegli occhi di ragno. Poi si mosse. Lentamente. Con me dentro. Lenta. Veloce. E ancora, lenta. Le piaceva arrivare su su su fino alla punta, dandomi l’illusione che si sarebbe staccata presto, e poi scendere giù all’improvviso, giù giù giù, prendendolo tutto dentro. – Tanto non ti faccio venire. Prima vengo io, poi ti uccido, no? – e rideva e la sentivo sussultare persino lì sul mio pene.

Mi prese le mani e se le mise sui seni, soffiandomi un –Toccami- vicino alla bocca, prima di baciarmi. Le toccai i seni, li strinsi, poi le mani si abbassarono sui fianchi e atterrarono sul sedere, per accompagnare meglio i suoi movimenti sinuosi, anche per renderli più veloci, più stoccati. E’ che mi era venuta una voglia di ribaltarla e scoparla con forza. Cavolo se davvero dovevo morire, almeno che morissi felice, soddisfatto. Intanto lei rispondeva alle mie mani incitanti con sempre più foga. Sempre di più. Di più.. Si fermò all’improvviso. Si accasciò sul mio petto. Mi sembrò un fiore che appassisce bruscamente, coi capelli come petali neri che si buttano sulla terra.

–        Vienimi sopra, ti prego. – implorava maliziosa – Sono buona, te lo concedo prima di.. – e rise di nuovo, tappandosi la bocca sul mio collo.

Non me lo feci mica ripetere due volte. Sgusciai fuori da lei e la girai, rimettendoglielo subito dentro. Lei si era già preparata con le gambe ben aperte. Non appena dentro, le gambe me le avvinghiò al collo. – Forse morirò così- pensai – strangolato da queste gambe stupende.- Invece mi lasciò continuare. Gemeva forte mentre lo sfilavo e lo rinfilavo. Facevo il suo stesso gioco. Poi glielo spinsi fino in fondo, con forza. Volevo farle male. Ma mi fermai notando quei suoi occhi, quei suoi occhi di ebano sciolto. Sembrava una bambina, non certo un ragno spietato. E aveva un’aria soddisfatta, goduta. – Non continui?- mi domandò delusa. – Lidia, io ti amo- – Lo dici solo perché sei dentro di me.. – Lidia, non mi uccidere. Io non vengo, ma tu non mi fai fuori..

Vidi le pupille nere dilatarsi e annacquarsi. Lei rideva. Tremava tutto: lei, io, io dentro di lei, il divano. Rideva con gli occhi chiusi, a tizzoni spenti.

–        Che stupido? Davvero credi che sono la vedova nera? Che ti scoperò felice e poi ti mangerò? Lo facevo solo per eccitarti..Lo facevo solo per.. – e non finì la frase, impedita dalle risate.

Mi si era ammosciato tutto. Il desiderio c’era ancora e anche l’amore. Ma certe cose non si dicono mentre si è infervorati. Non che non mi ripresi subito. Risi anch’io, sentendomi come liberato, e poi finii quello che avevamo cominciato.

Lidia aveva detto la verità. Quella notte che facemmo l’amore per la prima volta, la vedova nera aveva ucciso un altro uomo. E non ero io, naturalmente.

Questo racconto è stato pubblicato anche su EUTERPE – Rivista di Letteratura http://www.segretidipulcinella.it/euterpe2.pdf

net parade

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Pubblicato da su 8 maggio 2012 in amore, erotico, liberazione, Racconti

 

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