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NMYOHRK

05 Lug

Mi cercavano. Perdere una bambina di quattro anni in un labirintico centro commerciale non è cosa da poco. Ero attaccata a mia madre due secondi prima e subito dopo ero svanita nel nulla. Panico. L’avranno rapita o l’avrà presa qualcuno con la scusa di una caramella, è golosa lo sai che è golosa tua figlia? O magari è uscita dal centro commerciale e sarà finita sotto una macchina, è curiosa lo sai che è curiosa tua figlia?
– Demetrio!- avrà detto mia madre con quel tono un po’ ansioso, con la voce che saliva sulla prima sillaba e poi scivolava stridula sulle ultime due, dilatandole quelle “e” che quando si ha paura le origini calabresi non si riescono a nascondere. – Demetrio!- avrà ripetuto, non ricevendo da mio padre nessuna risposta. Pensava mio padre, pensava a dove potessi essermi cacciata lì in quella babele di colori urlati e suoni sgargianti. E stava zitto. Seguivano indizi, proviamo qui nel negozio di dolciumi o là in quello dei profumi, ma come te la sei persa mi chiedo, ma era lì attaccata a me e poi anche tu che te ne sei andato a fare?
Mi trovarono poco dopo, che chiamavo a gran voce un manichino “papà”, tirandogli la manica del vestito inamidato come per ricevere un po’ d’attenzione. Papà, dicevo. Ad un manichino. Che allora mio padre era ancora magro.

Da quella volta mi sono persa altre volte, tante volte. Come il giorno della gita in seconda media. Eravamo al castello di Brandola, in Emilia. A Valeria scappava forte la pipì, proprio mentre si doveva ritornare al luogo scelto per il ritrovo, da cui subito dopo si sarebbe ripartiti col pullman.
– T’aspetto io dai, vai in bagno!- E aspettavo, e aspettavo. Nel bagno delle signore c’era una fila chilometrica che andava a rilento. Intanto l’autobus dalla piazzetta era già partito da un pezzo e noi due, povere sceme, eravamo rimaste a piedi. E inoltre chi si ricordava la strada per arrivarci, alla piazzetta? Valeria no di certo, anzi piangeva e bofonchiava che saremmo rimaste lì.
– Ci siamo perse, ci siamo perse.-
– Ma va Valeria, è per di qua la strada, è per di qua.- Chissà perché una che come me non ha senso dell’orientamento, lì sapeva muoversi come se ci fosse già stata. Mi sentivo profondamente ancorata a quell’ambiente, già nel castello avevo girato le stanze riconoscendo le fatture delle tende e gli odori antichi racchiusi nel pulviscolo, evitando anche uno scalino sconnesso come se quelle scale le avessi già salite mille altre volte. Non mi sono più sentita così assurdamente in linea con qualcosa o qualche luogo in futuro; solo quella volta a dodici anni ho avuto la netta sensazione di sapere esattamente come muovermi, di essere esattamente dove dovevo essere. Buffo come andando avanti con gli anni e con la vita certe percezioni non ricompaiano più, strano come la sicurezza in qualcosa invece di aumentare diminuisca, e siano i dubbi a moltiplicarsi. E’ come se più cose conosci, meno cose conosci. Alla fine la piazzetta l’abbiamo trovata e il pullman era ancora lì, o meglio era ritornato indietro grazie alla Verdelli che si era accorta che mancavamo noi.
– Professoressa, mancano la Trutti e la Giraldi.
– O mamma mi sono persa due alunne, torni indietro per favore, torni indietro.- aveva intimato la prof. d’italiano ad un autista già abbastanza seccato.

Ci sono momenti poi che ti perdi anche se sei lì. Come la volta dell’incidente. Alla rotonda un pazzo ci è venuto addosso, la macchina di mio padre ha cominciato a girare come quelle folli tazze di Gardaland. – Ci siete tutti?- ricordo ancora la voce incrinata di papà. E noi a toccarci naso, orecchie, gambe per capire se c’eravamo ancora. Siamo qui papà, non ci siamo perse, un po’ forse Ele, ma è spaventata, però siamo intere, pà. Ci sono volte che ci si tocca per accertarsi di esserci ancora. Ci si dimentica, chissà perché, di dare una palpatina al cuore. Lo si dimentica, o lo si vuole dimenticare, a volte perché si dà per scontato che stia sempre lì a battere come deve battere, più spesso perché non si vuole sentirlo soffrire.

Più avanti, quando presi la patente, mi si aperse davanti una stagione di libertà e indipendenza sfrenata. Potevo andare dovunque volessi a qualsiasi ora, senza dover pesare su mio padre o su mia madre o sui genitori degli altri. Si aprì anche la stagione dei vagabondaggi in macchina. La gente mi aspettava per un’ora ed io arrivavo quando ormai ero data per dispersa, risucchiata dalle vie tortuose della Brianza. Effettivamente mi perdevo facilmente, giravo a destra non notando un cartello che dichiarava chiaramente Macherio a sinistra, e mi ritrovavo a vorticare, incazzata, disperata. Quando infine mi davo per vinta, come per magia riappariva un altro cartello. Per Macherio di qui babba, mi insultava, e poi dritta.

Per non parlare degli uomini. Ci sono stati uomini possessivi che facevano incubi in cui io mi perdevo in città esotiche e loro non riuscivano a trovarmi, e altri talmente persi da sé da non accorgersi che mi ero persa anch’io, lì da qualche parte. Per fortuna io, da me, mi ritrovavo sempre, ogni volta col cuore un po’ più consumato.

In realtà non mi sono mai persa davvero. Mi riorientavo subito o venivo sempre ritrovata. Non c’era scampo, non c’è scampo. A quanto pare lascio scie troppo visibili, e percorro sempre la via della razionalità. Mio padre apprezza questa mia incapacità a perdermi, brava brava, mi elogia, che non ti arrendi mai. E invece a volte lo vorrei fare, che perdersi ed arrendersi vuol dire in fondo riuscire ad abbassare la guardia. Che arrendersi significa capire che non si può sempre fare la cosa giusta, perché è così che deve essere, che poi alla fine non è mai giusta per nessuno, figurarsi per se stessi. Non so perdermi. Devo sempre tenere accesa la mente e acuiti i sensi, non riesco a spegnermi per un attimo e farmi vedere un po’ fragile un po’ cagasotto, a volte. Sempre all’erta come i gatti, sempre sull’attenti. Guai a mostrarsi debole, guai a non ritrovare la strada. Ma oggi sono qui, davanti a te, e ho deciso. Oggi mi perdo, voglio confondermi con te. Voglio zittire per un attimo la mia stupida razionalità, uscire da me stessa e percorrere a zig zag le strade del cuore. Mi perdo oggi. E voglio fare in modo che non mi ritrovi nessuno. Soprattutto me stessa.

foto di Angela Grieco

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Pubblicato da su 5 luglio 2012 in felicità, liberazione, Racconti

 

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