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IL DOLORE DEGLI ALTRI

20 Dic
foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

Mi chiamo Martina e lavoro con il dolore degli altri. Sta lì, messo a nudo, nero su bianco in delle cartellette verdi, azzurre, gialle. Degli altri non vedo le facce, non sento le voci, leggo solo nomi anonimi e il loro dolore. Si potrebbe pensare che sono fortunata, «tu non lavori a stretto contatto con loro, non vedi le facce stravolte, non ascolti da loro quelle storie assurde». Me l’ha detto l’altro giorno un’educatrice alle prime armi, mentre un’assistente sociale rassegnata dagli anni la rassicurava: «va che basta un po’ di tempo e poi ti abitui, imparerai a distaccarti».
No, non lo faccio, ma non so cosa sia peggio. Io, il loro dolore, non lo posso prendere a piccole dosi, è scritto lì, spogliato di ogni filtro che gli possa dare un volto, un tono di voce, un sorriso celante. E come una mitragliatrice che spara tutti i suoi colpi prima di mettere a segno, chiuso un dolore se ne apre un altro e poi un altro ancora. La velocità nello scorrere i casi non impedisce certo che alcuni umori mi si incollino addosso. E che stupida che sono a pensare ogni volta che chiusa una pratica possa dimenticare e ricominciare con un’altra. E che stupida sono a sperare che un mio sorriso dei denti possa nascondere il mio, di dolore. Affondare gli occhi nel dolore degli altri mi ha costretto a guardare anche nel mio. E a pensare, rimuginare e cominciare a capire. A capire che la differenza tra il dolore altrui e il proprio è che il dolore degli altri puoi benissimo dimenticarlo e che il tuo a volte devi dimenticarlo per potere andare avanti, nella vita. A sapere, finalmente, che il dolore non impedisce comunque la creazione della gioia, e che nella terra della sofferenza c’è sempre spazio per un piccolo fiore coraggioso. Sto imparando, grazie al dolore degli altri, a non essere più presuntuosa, a non pensare che la gente lì fuori mi debba trattare bene perché io sto male, e che cazzo, e ho tutto il diritto di essere trattata bene. Sto imparando che ogni dolore è legittimo, a vedere il mio sotto un altro aspetto, non a sminuirlo ma neanche a ingigantirlo. Perché ogni dolore è dolore. Non importa se hai bucato una gomma o se la macchina non puoi neanche permettertela, se non trovi più il cellulare o se ti sei fritto il cervello a furia di averlo attaccato all’orecchio, se sei stato abbandonato dall’amore della tua vita o se non l’hai nemmeno ancora incontrato, se qualcuno ha abusato di te o della tua pazienza, se non riesci a sentire o non riesci ad ascoltare, se hai perso tuo padre o non l’hai neppure conosciuto, se soffri di una malattia incurabile o di un raffreddore. Non importa: è il tuo dolore. Tienilo stretto, non metterlo avanti, come fai con le mani, come giustificazione per non stare al mondo, ma fanne uno stimolo per viverci, nel mondo. Io da parte mia, cercherò di farlo, e soprattutto, lo prometto, non imparerò mai ad abituarmi al dolore.

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1 Commento

Pubblicato da su 20 dicembre 2012 in dolore, liberazione, Racconti

 

Una risposta a “IL DOLORE DEGLI ALTRI

  1. Morgana

    28 dicembre 2012 at 14:05

    “Sto imparando, grazie al dolore degli altri, a non essere più presuntuosa, a non pensare che la gente lì fuori mi debba trattare bene perché io sto male (…). Sto imparando che ogni dolore è legittimo, a vedere il mio sotto un altro aspetto, non a sminuirlo ma neanche a ingigantirlo. Perché ogni dolore è dolore.”
    Così impariamo, abbiamo imparato, il dolore. E i suoi ammaestramenti.
    Insieme.
    E poi ancora il desiderio, la possibilità, il diritto d’essere felici. E come 🙂

     

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