RSS

DEBORA

15 Giu
foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

Quando aveva dodici anni, giocava a calcio. Male. Più che altro, in quel modo, si passava il tempo tra le lezioni del mattino e quelle del pomeriggio. Quasi sempre Giulia era in squadra con Debora e la faceva ridere quando parava la palla col sedere. Quando rideva, Debora sembrava avesse ancora più lentiggini sul viso di porcellana, spezzato solo dagli occhi troppo verdi. E Giulia, che aveva gli occhi marrone, i capelli marrone, la faccia marrone, la invidiava.
Poi Debora era morta. Era successo l’ultimo giorno di scuola. Loro, i ragazzi delle scuole medie, l’avevano saputo dopo, dal telegiornale. «Padre di famiglia uccide nel sonno moglie e due figli e poi si fredda con la pistola d’ordinanza.» I giornalisti accerchiavano come avvoltoi il dolore, mandando in onda ripetutamente le riprese dall’alto e dal basso dell’appartamento al terzo piano e di una palla abbandonata nel salotto. Era del fratello più piccolo, mica di Debora.
A Giulia sembrava strano che il ciliegio del loro giardino continuasse a fare i suoi frutti sanguigni e che la vicina parlasse arrabbiata con la mamma perché la loro gatta era entrata, di nuovo, in casa sua. Era assolutamente convinta si sarebbe fermato tutto.
Invece il tutto andava avanti e Giulia continuava a far fatica ad addormentarsi di notte. Stava con le orecchie ben drizzate a cogliere ogni minimo rumore, non di un ladro che veniva da fuori, ma di un qualcuno lì dentro che poteva rubarle la vita. Poi anche suo padre aveva i baffi, come quelli folti e grigi del papà di Debora. Ma suo padre non era un assassino. Ancora oggi, a volte, si chiede se lo pensasse pure Debora.

Se lo chiede proprio adesso, di fronte ad un caso che non si sa spiegare. Eppure dovrebbe averlo ormai imparato dal suo lavoro, che l’animo umano nasconde sempre un buco nero. Fa l’assistente sociale, le è venuto naturale, con gli anni. Ne è passato di tempo da quando aveva dodici anni, da quando cercava di capire quali circostanze potessero indurre una persona ad uccidersi, e ad uccidere. Pensava che una volta spiegato che cosa fosse successo al vigile buono, il padre di Debora, sarebbe andato tutto bene, avrebbe potuto prevedere altre situazioni del genere e bloccarle. Invece col tempo, ha solo capito che ci sono cose che non possono essere spiegate. E che anche spiegarle non impedisce certo il loro accadere. Sa per esempio cosa spinga un uomo a violentare una donna, ed una ragazzina per di più. Lo sa come si può saperlo da dei manuali di psicologia. Ciò nonostante non è riuscita ad evitare che quattro ragazzi di diciotto anni abusassero, e più volte, di una bambina di quattordici anni.
Ora è lì, con i documenti, le parole della vittima e quelle degli aguzzini registrate a mano sul diario dei colloqui, la sentenza del tribunale minorile, e non riesce nemmeno a concepire una situazione del genere. La ragazzina alla fine l’avevano dovuta raccogliere col cucchiaino, dal vicolo. I genitori non si erano accorti di nulla. “ Lei portava fuori il cane, ogni sera.” “Chi poteva immaginarsi?” “Se solo non andasse in giro vestita così..” “Mi hanno obbligato, hanno detto che mi avrebbero ucciso..”. Di fronte a tutto questo, Giulia chiude gli occhi, le orecchie. E ascolta. Le sente, le lacrime che stanno arrivando, la rabbia che le strozza la gola. Ma parla.
– Perché il decreto ci ingiunge di chiudere il caso? – domanda al responsabile.
– I ragazzi sono in prigione, la ragazzina è a posto.
– E’ a posto? – a parlare è una tazzina che si scheggia.
– Dottoressa Crisanti, dal tribunale ci è stato detto così.
– Mmm, tanto i ragazzi tra un anno escono per buona condotta, se non prima, e la ragazzina.. Perché non continua con la psicologa?
– Perché non vuole. Ha detto che va bene così.
– Che va bene così? Non vogliono i suoi genitori. Li ho sentiti al colloquio. Si vergognano, non vogliono casini. Ma ci sono dentro fino al..
– Giulia, il caso si chiude. Non siamo dei supereroi.

foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

No, non siamo dei supereroi. Se così fosse, potrebbe tornare indietro fino ai suoi dodici anni e chiedere al vigile dagli occhi tristi se si sente bene, o solo, o triste da morire, e da ammazzare. “Era un uomo così gentile.” “Guidava il pullmino delle elementari, chi avrebbe mai pensato che avrebbe fatto una cosa del genere?” “Ah, ma che c’era qualcosa che non andava, l’avevo capito, c’era qualcosa in lui.”
Giulia se lo ricorda in mezzo all’incrocio vicino alle scuole, con le braccia che si alzavano e si abbassavano a ritmo alterno. Quando loro, da bambini, dovevano attraversare la strada, il vigile bloccava sempre il traffico e faceva un cenno con la mano per farli passare. Sorrideva, le pare di ricordarsi. E le tornano sempre in mente gli occhi, azzurrissimi e grandi, che fossero tristi o pazzi non saprebbe dirlo, a quell’età non stava certa attenta a cogliere barlumi di follia nelle iridi degli altri. Ma un padre, un padre!, come può uccidere i propri figli? Perché? E un ragazzo, giovane, carino, come riesce a trasformarsi in un orco e a violentare una bambola, nemmeno una principessa? Li hanno guardati negli occhi, prima di farlo?
Giulia guarda quelli dei suoi utenti quanto basta per stabilire un contatto, per far credere loro che c’è e li ascolta e li capisce. Ma non capisce. E’ tenuta a non farlo, per lavoro. Capire vorrebbe dire non saper mantenere il distacco giusto per risolverlo, il problema, e per aiutare il paziente. Ma adesso se ne frega del distacco professionale e della tecnica dell’ascolto attivo, che se per Debora ormai è troppo tardi, almeno che si salvi la ragazzina. E come fare, senza evitare un richiamo disciplinare?
– Giulia? – a riscuoterla dai suoi macchinosi pensieri è l’usciere – C’è qui quella ragazzina, quella del cane, dice che vuole parlarti.
– Falla entrare.-
Appena pronuncia quelle parole, la ragazza esce da dietro la figura imponente dell’usciere e accenna ad un sorriso.
– Salve.
– Ciao.
– Io vorrei continuare con la psicologa.. So che i miei genitori hanno detto che è tutto a posto, che..
– Non ti preoccupare, fissiamo subito un incontro. Aspetta che guardo l’agenda e chiamo la dottoressa Ghitti.
E lì, mentre porta la cornetta all’orecchio, le capita di alzare lo sguardo e d’incrociare quello intimidito della ragazzina. Non si era ancora accorta che avesse gli occhi così verdi.

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su 15 giugno 2013 in dolore, Racconti

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: