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L’INTOLLERANZA ZEN

La verità, nuda e cruda, è che sono diventata intollerante. Pensavo, anzi, ci speravo, che con l’età mi sarei ammorbidita e accontentata. C’era qualcuno forse che la diceva, una cosa del genere. Sarà. A me non sembra…Perché sono tante le cose che non tollero.

Non tollero più, per esempio, chi si riempie la bocca di belle parole per nascondere i propri egoismi, chi pontifica senza costruire e chi critica tanto per distruggere.

Mi sanguinano le orecchie a sentire discorsi razzisti spacciati per sentimento patriottico, o parole fintamente compassionevoli sulla disabilità e complimenti esageratamente sorpresi sulle donne che fanno carriera.

Non sopporto chi si prende tempo senza darlo mai, o chi usa a sproposito la frase “ho problemi più importanti di cui occuparmi” per potersi permettere di trattare persone e cose come più gli aggrada, o, peggio, chi pensa di risolvere i problemi degli altri senza pensare ai propri.

Mi infastidisce, ancora, chi giudica senza sapere, chi svalorizza il lavoro degli altri senza conoscerlo, chi campa sugli errori degli altri e nasconde i propri sotto il tappeto.

E più di tutto, non tollero gli ignoranti di cuore, gli indecisi cronici con i sentimenti altrui, per non parlare poi di chi invece che con gli altri scende a compromessi con se stesso.

Ma chi proprio non sopporto è chi ha bisogno di sminuire gli altri per sentirsi grande, chi usa il sarcasmo per ferire e soprattutto, e qui finisco, chi non ha alcun rispetto per gli altri, ma lo pretende, e vuole pure conto.

A volte, quindi, mi capita di non tollerare neanche me stessa, perché, beh, sono un essere umano e non sono esente da tutto ciò.

 

E lo so, lo so bene che dovrei fregarmene, chiudere gli occhi e mettermi a tacere. Non dire nulla, non arrabbiarmi, stare tranquilla e stare a guardare mentre ci si fotte il cuore a vicenda.

“La calma è la virtù dei forti”, si dice.

Lo so. Come so bene che dovrei essere zen, ma la verità è che non sono un giardino.

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Pubblicato da su 18 agosto 2015 in liberazione, Racconti

 

IL RUMORE SOTTOPELLE – seconda puntata

Ogni taglio ha la sua storia.
Mamma che litiga con papà: la piccola croce giallognola tratteggiata all’interno dell’avambraccio. Elide che torna a casa con un altro 30 e lode: una lunga linea marroncina.
Carlo che bacia Simona: il cuore stilizzato rosso sangue che ho impresso sulla mia pancia.
E’ successo stamattina, a scuola. Durante l’intervallo i due stavano vicini e ridacchiavano senza un motivo. Poi Carlo si è avvicinato troppo e ha urtato la bocca di Simona. Avrei voluto urlare. Avrei voluto prendere quel visino carino, con gli occhi scuri e la bocca carnosa, e riempirla di graffi. Avrei voluto che morisse. O meglio avrei voluto essere lei, tremendamente. E invece mi sono chiusa in bagno. Prima piangevo. Ora non mi basta più. Devo tagliarmi. Dopo due piccoli sfregi sulle braccia mi sento più tranquilla, come se mi fossi data la giusta punizione per aver pensato certe cose. Ma stamattina sembravo un’invasata. Mi sono tagliata anche sulla pancia. Avrei voluto aprirmi in due e fare uscire tutta la rabbia che tenevo e fare uscire una nuova me, più magra, più tettona, più più più… più Simona. E’ una furia che mi prende in maniera devastante e devo devo devo assolutamente tagliarmi, farmi male, vedermi distrutta per poter stare meglio. Ora sento bruciare le ferite sotto la maglietta, e finché bruciano va bene, c’è speranza, vuol dire che ancora “sento”. Se c’è il dolore ci sono anch’io e va bene, va bene così.
Solo che oggi mia mamma ha stranamente intuito che avevo qualcosa che non andava. Così si è costretta a parlarmi. Quando io e mia madre conversiamo, seguiamo sempre lo stesso schema verbale. Io tendo a dire a bassa voce l’esatto contrario di quello che mi urlo nel cervello. Il dialogo-tipo tra me e mia madre suona più o meno così:
« Ciao cara, com’è andata oggi?»
«Bene.» Di merda.
«Stai bene, vero?»
« Sì.» NO!
«Se avessi un problema, me ne parleresti?»
«Certo..». Sì, sogna…
«E la scuola?»
« Non c’è male..». No, no, c’è male!
« E quel ragazzo..ehm..Carlo?»
« Parliamo, ogni tanto..». Tra un intervallo e l’altro della sua maratona di baci con quella zoccola.
« Allora io vado.» E mi dà un bacio. O meglio lo mima, da lontano. E io preferisco che sia in questo modo, che non ci sia un vero contatto tra noi, che a tenerci legate siano solo parole bugiarde. E’ così: le bugie sono indispensabili se vuoi nascondere i tagli dell’anima. E del corpo. Alla fine non sono forse la stessa cosa?

foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

 

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IL DOLORE DEGLI ALTRI

foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

Mi chiamo Martina e lavoro con il dolore degli altri. Sta lì, messo a nudo, nero su bianco in delle cartellette verdi, azzurre, gialle. Degli altri non vedo le facce, non sento le voci, leggo solo nomi anonimi e il loro dolore. Si potrebbe pensare che sono fortunata, «tu non lavori a stretto contatto con loro, non vedi le facce stravolte, non ascolti da loro quelle storie assurde». Me l’ha detto l’altro giorno un’educatrice alle prime armi, mentre un’assistente sociale rassegnata dagli anni la rassicurava: «va che basta un po’ di tempo e poi ti abitui, imparerai a distaccarti».
No, non lo faccio, ma non so cosa sia peggio. Io, il loro dolore, non lo posso prendere a piccole dosi, è scritto lì, spogliato di ogni filtro che gli possa dare un volto, un tono di voce, un sorriso celante. E come una mitragliatrice che spara tutti i suoi colpi prima di mettere a segno, chiuso un dolore se ne apre un altro e poi un altro ancora. La velocità nello scorrere i casi non impedisce certo che alcuni umori mi si incollino addosso. E che stupida che sono a pensare ogni volta che chiusa una pratica possa dimenticare e ricominciare con un’altra. E che stupida sono a sperare che un mio sorriso dei denti possa nascondere il mio, di dolore. Affondare gli occhi nel dolore degli altri mi ha costretto a guardare anche nel mio. E a pensare, rimuginare e cominciare a capire. A capire che la differenza tra il dolore altrui e il proprio è che il dolore degli altri puoi benissimo dimenticarlo e che il tuo a volte devi dimenticarlo per potere andare avanti, nella vita. A sapere, finalmente, che il dolore non impedisce comunque la creazione della gioia, e che nella terra della sofferenza c’è sempre spazio per un piccolo fiore coraggioso. Sto imparando, grazie al dolore degli altri, a non essere più presuntuosa, a non pensare che la gente lì fuori mi debba trattare bene perché io sto male, e che cazzo, e ho tutto il diritto di essere trattata bene. Sto imparando che ogni dolore è legittimo, a vedere il mio sotto un altro aspetto, non a sminuirlo ma neanche a ingigantirlo. Perché ogni dolore è dolore. Non importa se hai bucato una gomma o se la macchina non puoi neanche permettertela, se non trovi più il cellulare o se ti sei fritto il cervello a furia di averlo attaccato all’orecchio, se sei stato abbandonato dall’amore della tua vita o se non l’hai nemmeno ancora incontrato, se qualcuno ha abusato di te o della tua pazienza, se non riesci a sentire o non riesci ad ascoltare, se hai perso tuo padre o non l’hai neppure conosciuto, se soffri di una malattia incurabile o di un raffreddore. Non importa: è il tuo dolore. Tienilo stretto, non metterlo avanti, come fai con le mani, come giustificazione per non stare al mondo, ma fanne uno stimolo per viverci, nel mondo. Io da parte mia, cercherò di farlo, e soprattutto, lo prometto, non imparerò mai ad abituarmi al dolore.

 
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Pubblicato da su 20 dicembre 2012 in dolore, liberazione, Racconti

 

PLIP

Foto di Angela Grieco

Foto di Angela Grieco

Rumore che cade giù,
batte sul vetro,
batte sul cuore,
solo una goccia,
poi non rimane,
scivola via
lenta e leggera
come la pioggia,
una lacrima ancora
e poi basta.
Inutile spreco di
acqua e energia.
Non serve, ma cade
rumore
lo stesso; non serve,
ma cade.

 
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Pubblicato da su 30 novembre 2012 in dolore, liberazione

 

SE PERDO TE

foto di Angela Grieco

Se perdo te, come dice la canzone,

so benissimo come farò:

non soffrirò, e mangerò,

forse un pochino

a volte piangerò,      

mica per te, solo per me

perché con te

ho perso un po’ me.

 
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Pubblicato da su 9 agosto 2012 in amore, liberazione, malinconia

 

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NMYOHRK

Mi cercavano. Perdere una bambina di quattro anni in un labirintico centro commerciale non è cosa da poco. Ero attaccata a mia madre due secondi prima e subito dopo ero svanita nel nulla. Panico. L’avranno rapita o l’avrà presa qualcuno con la scusa di una caramella, è golosa lo sai che è golosa tua figlia? O magari è uscita dal centro commerciale e sarà finita sotto una macchina, è curiosa lo sai che è curiosa tua figlia?
– Demetrio!- avrà detto mia madre con quel tono un po’ ansioso, con la voce che saliva sulla prima sillaba e poi scivolava stridula sulle ultime due, dilatandole quelle “e” che quando si ha paura le origini calabresi non si riescono a nascondere. – Demetrio!- avrà ripetuto, non ricevendo da mio padre nessuna risposta. Pensava mio padre, pensava a dove potessi essermi cacciata lì in quella babele di colori urlati e suoni sgargianti. E stava zitto. Seguivano indizi, proviamo qui nel negozio di dolciumi o là in quello dei profumi, ma come te la sei persa mi chiedo, ma era lì attaccata a me e poi anche tu che te ne sei andato a fare?
Mi trovarono poco dopo, che chiamavo a gran voce un manichino “papà”, tirandogli la manica del vestito inamidato come per ricevere un po’ d’attenzione. Papà, dicevo. Ad un manichino. Che allora mio padre era ancora magro.

Da quella volta mi sono persa altre volte, tante volte. Come il giorno della gita in seconda media. Eravamo al castello di Brandola, in Emilia. A Valeria scappava forte la pipì, proprio mentre si doveva ritornare al luogo scelto per il ritrovo, da cui subito dopo si sarebbe ripartiti col pullman.
– T’aspetto io dai, vai in bagno!- E aspettavo, e aspettavo. Nel bagno delle signore c’era una fila chilometrica che andava a rilento. Intanto l’autobus dalla piazzetta era già partito da un pezzo e noi due, povere sceme, eravamo rimaste a piedi. E inoltre chi si ricordava la strada per arrivarci, alla piazzetta? Valeria no di certo, anzi piangeva e bofonchiava che saremmo rimaste lì.
– Ci siamo perse, ci siamo perse.-
– Ma va Valeria, è per di qua la strada, è per di qua.- Chissà perché una che come me non ha senso dell’orientamento, lì sapeva muoversi come se ci fosse già stata. Mi sentivo profondamente ancorata a quell’ambiente, già nel castello avevo girato le stanze riconoscendo le fatture delle tende e gli odori antichi racchiusi nel pulviscolo, evitando anche uno scalino sconnesso come se quelle scale le avessi già salite mille altre volte. Non mi sono più sentita così assurdamente in linea con qualcosa o qualche luogo in futuro; solo quella volta a dodici anni ho avuto la netta sensazione di sapere esattamente come muovermi, di essere esattamente dove dovevo essere. Buffo come andando avanti con gli anni e con la vita certe percezioni non ricompaiano più, strano come la sicurezza in qualcosa invece di aumentare diminuisca, e siano i dubbi a moltiplicarsi. E’ come se più cose conosci, meno cose conosci. Alla fine la piazzetta l’abbiamo trovata e il pullman era ancora lì, o meglio era ritornato indietro grazie alla Verdelli che si era accorta che mancavamo noi.
– Professoressa, mancano la Trutti e la Giraldi.
– O mamma mi sono persa due alunne, torni indietro per favore, torni indietro.- aveva intimato la prof. d’italiano ad un autista già abbastanza seccato.

Ci sono momenti poi che ti perdi anche se sei lì. Come la volta dell’incidente. Alla rotonda un pazzo ci è venuto addosso, la macchina di mio padre ha cominciato a girare come quelle folli tazze di Gardaland. – Ci siete tutti?- ricordo ancora la voce incrinata di papà. E noi a toccarci naso, orecchie, gambe per capire se c’eravamo ancora. Siamo qui papà, non ci siamo perse, un po’ forse Ele, ma è spaventata, però siamo intere, pà. Ci sono volte che ci si tocca per accertarsi di esserci ancora. Ci si dimentica, chissà perché, di dare una palpatina al cuore. Lo si dimentica, o lo si vuole dimenticare, a volte perché si dà per scontato che stia sempre lì a battere come deve battere, più spesso perché non si vuole sentirlo soffrire.

Più avanti, quando presi la patente, mi si aperse davanti una stagione di libertà e indipendenza sfrenata. Potevo andare dovunque volessi a qualsiasi ora, senza dover pesare su mio padre o su mia madre o sui genitori degli altri. Si aprì anche la stagione dei vagabondaggi in macchina. La gente mi aspettava per un’ora ed io arrivavo quando ormai ero data per dispersa, risucchiata dalle vie tortuose della Brianza. Effettivamente mi perdevo facilmente, giravo a destra non notando un cartello che dichiarava chiaramente Macherio a sinistra, e mi ritrovavo a vorticare, incazzata, disperata. Quando infine mi davo per vinta, come per magia riappariva un altro cartello. Per Macherio di qui babba, mi insultava, e poi dritta.

Per non parlare degli uomini. Ci sono stati uomini possessivi che facevano incubi in cui io mi perdevo in città esotiche e loro non riuscivano a trovarmi, e altri talmente persi da sé da non accorgersi che mi ero persa anch’io, lì da qualche parte. Per fortuna io, da me, mi ritrovavo sempre, ogni volta col cuore un po’ più consumato.

In realtà non mi sono mai persa davvero. Mi riorientavo subito o venivo sempre ritrovata. Non c’era scampo, non c’è scampo. A quanto pare lascio scie troppo visibili, e percorro sempre la via della razionalità. Mio padre apprezza questa mia incapacità a perdermi, brava brava, mi elogia, che non ti arrendi mai. E invece a volte lo vorrei fare, che perdersi ed arrendersi vuol dire in fondo riuscire ad abbassare la guardia. Che arrendersi significa capire che non si può sempre fare la cosa giusta, perché è così che deve essere, che poi alla fine non è mai giusta per nessuno, figurarsi per se stessi. Non so perdermi. Devo sempre tenere accesa la mente e acuiti i sensi, non riesco a spegnermi per un attimo e farmi vedere un po’ fragile un po’ cagasotto, a volte. Sempre all’erta come i gatti, sempre sull’attenti. Guai a mostrarsi debole, guai a non ritrovare la strada. Ma oggi sono qui, davanti a te, e ho deciso. Oggi mi perdo, voglio confondermi con te. Voglio zittire per un attimo la mia stupida razionalità, uscire da me stessa e percorrere a zig zag le strade del cuore. Mi perdo oggi. E voglio fare in modo che non mi ritrovi nessuno. Soprattutto me stessa.

foto di Angela Grieco

 
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Pubblicato da su 5 luglio 2012 in felicità, liberazione, Racconti

 

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LA VEDOVA NERA

Io credevo davvero fosse lei, la vedova nera. La chiamavano così la serial-killer che quell’anno uccideva gli uomini dopo averli sedotti. E che fosse una donna lo urlavano forte tutti gli indizi. Sembrava lo facesse per vendicarsi degli uomini, in particolare di quelli che usavano le donne come fossero oggetti. Lei prima ci faceva l’amore, poi li ammazzava. “D’amore si muore” firmava ogni scena del reato.

Ero più che certo fosse Lidia, la ragazza mora del corso di Letteratura russa. Era strana ma bellissima. L’avevo notata già alla prima lezione, con i suoi capelli lunghi e neri che ondeggiavano ogni volta che entrava un po’ di vento dalla finestra. Alla fine della lezione, aveva chiesto al mio amico Gianrico:- Hai da accendere?- Gianrico, se non avesse fumato, avrebbe cominciato a farlo in quel preciso istante. – Certo..-, poi l’aveva misurata con lo sguardo e aveva continuato :- Io sono un pittore..Tu mi ispiri, sai? – E lei, con un sorrisino buffo,:- Esattamente cosa? Sesso?

Da allora eravamo sempre insieme, anche se lei non sopportava Gianrico. Il mio amico da parte sua era assolutamente convinto che se la sarebbe portata a letto. – Vedrai che cederà prima o poi, vedrai..- diceva e io facevo finta di essere d’accordo.

Poi era successo. Qualcuno aveva ammazzato il professore di Letteratura russa. Si mormorava in giro che l’avesse fatto fuori proprio la vedova nera. – Ha fatto bene, era un vero porco. – aveva commentato Lidia, senza battere ciglio. Che il prof non fosse un angelo lo sapevano anche i muri. Era risaputo che circuiva le studentesse con la scusa dei libri e di un bel 30 sul libretto. Io sapevo che aveva cercato di sedurre anche Lidia; me l’aveva confessato lei una mattina che l’avevo vista incazzata nera.

foto di Robert Mapplethorpe

Alla fine la “donna-ragno” aveva beccato anche Gianrico. L’avevano trovato nudo piegato in due su un cavalletto. Il sangue si confondeva con la tempera magenta e su una tela lì vicino, tra le macchie di vermiglio, c’era abbozzata una figura di donna.

A quel punto ero terrorizzato. Ero sempre più convinto che l’assassina fosse lei. I conti tornavano. La polizia parlava di una donna bellissima, giovane, seducente ma estremamente pericolosa. Lidia era tutto questo. In più aveva un profumo dolce che ti stordiva. E quegli occhi, poi, quegli occhi neri come l’inchiostro che ti dicevano una cosa sola: amami. Avevo una voglia matta di fare l’amore con lei, ma avevo anche una paura folle di morire.

Quella sera, Lidia mi aveva invitato a bere qualcosa sotto il pub di casa. Dopo una bottiglia di vino, salimmo subito a casa sua. Andavamo piano sulle scale, come per blandire il nostro desiderio. Non appena Lidia chiuse la porta dietro di noi, mi si avventò sopra. Non capivo quando ci eravamo tolti i cappotti, né come eravamo finiti sopra il divano. Mentre lei mi toglieva il maglione e la camicia, mi guardava con quegli occhi, con quegli occhi di petrolio. E poi parlò.

–        T’immagini se io fossi la vedova nera?

–        Mmmm – stirai un sorriso, ma rabbrividii.

–        Sai cosa farei ora? Ti leccherei tutto, per capire se sei buono da mangiare..- e rise buttando indietro i lunghi capelli. E mi leccò davvero; cominciò dal collo e scese giù per il petto, disegnando dei cerchi intorno ai capezzoli. Sentivo la lingua calda e un po’ ruvida solleticarmi lo stomaco, insieme ai capelli che ondeggiavano ad ogni suo movimento. Si fermò solo quando arrivò all’inguine, abbassando più che poteva i pantaloni.

–        Toglili!- le intimai. Era il desiderio che parlava; la paura si era ormai arresa.

–        E non hai paura? Perché se fossi davvero la vedova nera, non so cosa succederebbe al tuo.. – ma mentre sussurrava queste parole, i pantaloni erano già sul pavimento, insieme ai boxer.

Mi leccò un’ultima volta sulle labbra, mentre si metteva a cavalcioni su di me e mi faceva entrare. Piano. Profondamente. Stava dritta, ancorandosi con una mano al mio petto. Mi guardava con quegli occhi, quegli occhi di ragno. Poi si mosse. Lentamente. Con me dentro. Lenta. Veloce. E ancora, lenta. Le piaceva arrivare su su su fino alla punta, dandomi l’illusione che si sarebbe staccata presto, e poi scendere giù all’improvviso, giù giù giù, prendendolo tutto dentro. – Tanto non ti faccio venire. Prima vengo io, poi ti uccido, no? – e rideva e la sentivo sussultare persino lì sul mio pene.

Mi prese le mani e se le mise sui seni, soffiandomi un –Toccami- vicino alla bocca, prima di baciarmi. Le toccai i seni, li strinsi, poi le mani si abbassarono sui fianchi e atterrarono sul sedere, per accompagnare meglio i suoi movimenti sinuosi, anche per renderli più veloci, più stoccati. E’ che mi era venuta una voglia di ribaltarla e scoparla con forza. Cavolo se davvero dovevo morire, almeno che morissi felice, soddisfatto. Intanto lei rispondeva alle mie mani incitanti con sempre più foga. Sempre di più. Di più.. Si fermò all’improvviso. Si accasciò sul mio petto. Mi sembrò un fiore che appassisce bruscamente, coi capelli come petali neri che si buttano sulla terra.

–        Vienimi sopra, ti prego. – implorava maliziosa – Sono buona, te lo concedo prima di.. – e rise di nuovo, tappandosi la bocca sul mio collo.

Non me lo feci mica ripetere due volte. Sgusciai fuori da lei e la girai, rimettendoglielo subito dentro. Lei si era già preparata con le gambe ben aperte. Non appena dentro, le gambe me le avvinghiò al collo. – Forse morirò così- pensai – strangolato da queste gambe stupende.- Invece mi lasciò continuare. Gemeva forte mentre lo sfilavo e lo rinfilavo. Facevo il suo stesso gioco. Poi glielo spinsi fino in fondo, con forza. Volevo farle male. Ma mi fermai notando quei suoi occhi, quei suoi occhi di ebano sciolto. Sembrava una bambina, non certo un ragno spietato. E aveva un’aria soddisfatta, goduta. – Non continui?- mi domandò delusa. – Lidia, io ti amo- – Lo dici solo perché sei dentro di me.. – Lidia, non mi uccidere. Io non vengo, ma tu non mi fai fuori..

Vidi le pupille nere dilatarsi e annacquarsi. Lei rideva. Tremava tutto: lei, io, io dentro di lei, il divano. Rideva con gli occhi chiusi, a tizzoni spenti.

–        Che stupido? Davvero credi che sono la vedova nera? Che ti scoperò felice e poi ti mangerò? Lo facevo solo per eccitarti..Lo facevo solo per.. – e non finì la frase, impedita dalle risate.

Mi si era ammosciato tutto. Il desiderio c’era ancora e anche l’amore. Ma certe cose non si dicono mentre si è infervorati. Non che non mi ripresi subito. Risi anch’io, sentendomi come liberato, e poi finii quello che avevamo cominciato.

Lidia aveva detto la verità. Quella notte che facemmo l’amore per la prima volta, la vedova nera aveva ucciso un altro uomo. E non ero io, naturalmente.

Questo racconto è stato pubblicato anche su EUTERPE – Rivista di Letteratura http://www.segretidipulcinella.it/euterpe2.pdf

net parade

 
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Pubblicato da su 8 maggio 2012 in amore, erotico, liberazione, Racconti

 

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