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L’INTOLLERANZA ZEN

La verità, nuda e cruda, è che sono diventata intollerante. Pensavo, anzi, ci speravo, che con l’età mi sarei ammorbidita e accontentata. C’era qualcuno forse che la diceva, una cosa del genere. Sarà. A me non sembra…Perché sono tante le cose che non tollero.

Non tollero più, per esempio, chi si riempie la bocca di belle parole per nascondere i propri egoismi, chi pontifica senza costruire e chi critica tanto per distruggere.

Mi sanguinano le orecchie a sentire discorsi razzisti spacciati per sentimento patriottico, o parole fintamente compassionevoli sulla disabilità e complimenti esageratamente sorpresi sulle donne che fanno carriera.

Non sopporto chi si prende tempo senza darlo mai, o chi usa a sproposito la frase “ho problemi più importanti di cui occuparmi” per potersi permettere di trattare persone e cose come più gli aggrada, o, peggio, chi pensa di risolvere i problemi degli altri senza pensare ai propri.

Mi infastidisce, ancora, chi giudica senza sapere, chi svalorizza il lavoro degli altri senza conoscerlo, chi campa sugli errori degli altri e nasconde i propri sotto il tappeto.

E più di tutto, non tollero gli ignoranti di cuore, gli indecisi cronici con i sentimenti altrui, per non parlare poi di chi invece che con gli altri scende a compromessi con se stesso.

Ma chi proprio non sopporto è chi ha bisogno di sminuire gli altri per sentirsi grande, chi usa il sarcasmo per ferire e soprattutto, e qui finisco, chi non ha alcun rispetto per gli altri, ma lo pretende, e vuole pure conto.

A volte, quindi, mi capita di non tollerare neanche me stessa, perché, beh, sono un essere umano e non sono esente da tutto ciò.

 

E lo so, lo so bene che dovrei fregarmene, chiudere gli occhi e mettermi a tacere. Non dire nulla, non arrabbiarmi, stare tranquilla e stare a guardare mentre ci si fotte il cuore a vicenda.

“La calma è la virtù dei forti”, si dice.

Lo so. Come so bene che dovrei essere zen, ma la verità è che non sono un giardino.

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Pubblicato da su 18 agosto 2015 in liberazione, Racconti

 

IL RUMORE SOTTOPELLE – terza puntata

foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

Mamma dice che da quando Giulia se n’è andata non esco più di casa. Dice che sono più musona. «Ce l’hai qualche amico a scuola? Devi cercare di aprirti di più, di fare amicizia.» Come se fossi un cane che scodinzola e la gente si sdilinquisce, come se fosse facile come quando all’asilo davi la mano al tuo compagno di dormite ed era amore per tutta la vita. Non è vero che non ho amici, a scuola parlo con Silvia, ci parlavo anche prima, quando Giulia occupava un ampio spazio della mia esistenza. Giulia è sempre stata la mia migliore amica, forse da prima che nascessimo. Le nostre mamme si conoscevano dai tempi del liceo, e non si erano mai perse di vista nemmeno quando la mamma di Giulia aveva cominciato a viaggiare per rincorrere il suo lavoro di traduttrice. La nascita di Giulia l’aveva un po’ frenata, ma non appena ha ricevuto un’offerta come insegnante di italiano in un prestigioso istituto della Provenza è partita senza pensarci due volte, portandosi appresso Giulia a mo’ di bagaglio umano. Va beh Giulia poteva anche impuntarsi e decidere di rimanere qui, ormai a diciannove anni e finito il liceo poteva iscriversi all’università qui a Milano, ma ha voluto seguire sua madre, allettata dalla prospettiva di abitare in Francia e parlare e ascoltare la lingua dei suoi scrittori preferiti. Con una che chiama il suo gatto Balzac, c’è poco da recuperare.
Così adesso parlo un po’ più di prima con Silvia. Silvia è bellissima, ha questa massa di capelli biondi che scivolano a boccoli sulla schiena e gli occhi scuri come la benzina. Solo che è timidissima e nessuno a scuola sembra accorgersi di quanto sia bella. C’è da dire che i maschi della nostra classe sono dei grandi cretini, soprattutto Roberto che la prende sempre in giro imitando la sua vocina quasi afona che si spezza su certe consonanti. L’altra mattina l’ho beccata che piangeva chiusa in bagno, sapevo che era lei da come tirava su col naso.
«Silvia, sono io, Alina» ho detto forte.
« Mmm, che c’è?»
«Esci tu o mi fai entrare?»
Ha aperto la porta. Sono entrata svelta e ho richiuso subito; so bene quanto può essere fastidioso farsi vedere tristi dal mondo lì fuori dal bagno.
«Piangi per Roberto?»
«No.. Sì, un pochino. Ma non solo per lui.»
«Ma tu lo devi lasciare stare a quello scemo! E’ talmente brutto con quella testa romboidale che non troverà mai nessuna che se lo fili, figurati una come te.»
Dopo un po’ di tempo, Silvia ha fatto uno sbuffo strano con la bocca. Quando l’ho vista sussultare ho capito che stava ridendo e mi è scappato da ridere anche a me. Poi mi ha confessato una cosa. E io ho capito tante cose di lei, il perché del suo modo di parlare o del fatto che spesso non si giri quando qualcuno la chiama dai banchi dietro per chiederle qualcosa. E mi è venuta voglia di andare fuori e dare quattro o cinque sberle a Roberto.
«Silvia, ma sai che io non l’avrei mai detto..»
«Ah sì, e perché?»
«Perché mi sembri l’unica che sappia ascoltare davvero..»
Non avessi mai detto questa frase! Ha ripreso a frignare più di prima, mentre io stavo lì guardarla, a pensare che forse avrei dovuto abbracciarla ma non ci riuscivo. Sono disabile anch’io, non so più volere bene, non so più abbracciare o condividere spazi angusti con altra gente. Piano piano si è ricomposta, si è asciugata gli occhi e ha soffiato forte il naso in un pezzo di carta igienica con i fiorellini. « Andiamo?» mi ha chiesto, con già la mano sulla maniglia della porta.
E lì l’ho ammirata. Ho pensato che le persone con una qualche disabilità debbano avere una forza tremenda per stare in questo nostro mondo di stronzi. Mi sono vergognata dei miei tagli.

 
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Pubblicato da su 13 luglio 2013 in Il rumore sottopelle, Racconti

 

DEBORA

foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

Quando aveva dodici anni, giocava a calcio. Male. Più che altro, in quel modo, si passava il tempo tra le lezioni del mattino e quelle del pomeriggio. Quasi sempre Giulia era in squadra con Debora e la faceva ridere quando parava la palla col sedere. Quando rideva, Debora sembrava avesse ancora più lentiggini sul viso di porcellana, spezzato solo dagli occhi troppo verdi. E Giulia, che aveva gli occhi marrone, i capelli marrone, la faccia marrone, la invidiava.
Poi Debora era morta. Era successo l’ultimo giorno di scuola. Loro, i ragazzi delle scuole medie, l’avevano saputo dopo, dal telegiornale. «Padre di famiglia uccide nel sonno moglie e due figli e poi si fredda con la pistola d’ordinanza.» I giornalisti accerchiavano come avvoltoi il dolore, mandando in onda ripetutamente le riprese dall’alto e dal basso dell’appartamento al terzo piano e di una palla abbandonata nel salotto. Era del fratello più piccolo, mica di Debora.
A Giulia sembrava strano che il ciliegio del loro giardino continuasse a fare i suoi frutti sanguigni e che la vicina parlasse arrabbiata con la mamma perché la loro gatta era entrata, di nuovo, in casa sua. Era assolutamente convinta si sarebbe fermato tutto.
Invece il tutto andava avanti e Giulia continuava a far fatica ad addormentarsi di notte. Stava con le orecchie ben drizzate a cogliere ogni minimo rumore, non di un ladro che veniva da fuori, ma di un qualcuno lì dentro che poteva rubarle la vita. Poi anche suo padre aveva i baffi, come quelli folti e grigi del papà di Debora. Ma suo padre non era un assassino. Ancora oggi, a volte, si chiede se lo pensasse pure Debora.

Se lo chiede proprio adesso, di fronte ad un caso che non si sa spiegare. Eppure dovrebbe averlo ormai imparato dal suo lavoro, che l’animo umano nasconde sempre un buco nero. Fa l’assistente sociale, le è venuto naturale, con gli anni. Ne è passato di tempo da quando aveva dodici anni, da quando cercava di capire quali circostanze potessero indurre una persona ad uccidersi, e ad uccidere. Pensava che una volta spiegato che cosa fosse successo al vigile buono, il padre di Debora, sarebbe andato tutto bene, avrebbe potuto prevedere altre situazioni del genere e bloccarle. Invece col tempo, ha solo capito che ci sono cose che non possono essere spiegate. E che anche spiegarle non impedisce certo il loro accadere. Sa per esempio cosa spinga un uomo a violentare una donna, ed una ragazzina per di più. Lo sa come si può saperlo da dei manuali di psicologia. Ciò nonostante non è riuscita ad evitare che quattro ragazzi di diciotto anni abusassero, e più volte, di una bambina di quattordici anni.
Ora è lì, con i documenti, le parole della vittima e quelle degli aguzzini registrate a mano sul diario dei colloqui, la sentenza del tribunale minorile, e non riesce nemmeno a concepire una situazione del genere. La ragazzina alla fine l’avevano dovuta raccogliere col cucchiaino, dal vicolo. I genitori non si erano accorti di nulla. “ Lei portava fuori il cane, ogni sera.” “Chi poteva immaginarsi?” “Se solo non andasse in giro vestita così..” “Mi hanno obbligato, hanno detto che mi avrebbero ucciso..”. Di fronte a tutto questo, Giulia chiude gli occhi, le orecchie. E ascolta. Le sente, le lacrime che stanno arrivando, la rabbia che le strozza la gola. Ma parla.
– Perché il decreto ci ingiunge di chiudere il caso? – domanda al responsabile.
– I ragazzi sono in prigione, la ragazzina è a posto.
– E’ a posto? – a parlare è una tazzina che si scheggia.
– Dottoressa Crisanti, dal tribunale ci è stato detto così.
– Mmm, tanto i ragazzi tra un anno escono per buona condotta, se non prima, e la ragazzina.. Perché non continua con la psicologa?
– Perché non vuole. Ha detto che va bene così.
– Che va bene così? Non vogliono i suoi genitori. Li ho sentiti al colloquio. Si vergognano, non vogliono casini. Ma ci sono dentro fino al..
– Giulia, il caso si chiude. Non siamo dei supereroi.

foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

No, non siamo dei supereroi. Se così fosse, potrebbe tornare indietro fino ai suoi dodici anni e chiedere al vigile dagli occhi tristi se si sente bene, o solo, o triste da morire, e da ammazzare. “Era un uomo così gentile.” “Guidava il pullmino delle elementari, chi avrebbe mai pensato che avrebbe fatto una cosa del genere?” “Ah, ma che c’era qualcosa che non andava, l’avevo capito, c’era qualcosa in lui.”
Giulia se lo ricorda in mezzo all’incrocio vicino alle scuole, con le braccia che si alzavano e si abbassavano a ritmo alterno. Quando loro, da bambini, dovevano attraversare la strada, il vigile bloccava sempre il traffico e faceva un cenno con la mano per farli passare. Sorrideva, le pare di ricordarsi. E le tornano sempre in mente gli occhi, azzurrissimi e grandi, che fossero tristi o pazzi non saprebbe dirlo, a quell’età non stava certa attenta a cogliere barlumi di follia nelle iridi degli altri. Ma un padre, un padre!, come può uccidere i propri figli? Perché? E un ragazzo, giovane, carino, come riesce a trasformarsi in un orco e a violentare una bambola, nemmeno una principessa? Li hanno guardati negli occhi, prima di farlo?
Giulia guarda quelli dei suoi utenti quanto basta per stabilire un contatto, per far credere loro che c’è e li ascolta e li capisce. Ma non capisce. E’ tenuta a non farlo, per lavoro. Capire vorrebbe dire non saper mantenere il distacco giusto per risolverlo, il problema, e per aiutare il paziente. Ma adesso se ne frega del distacco professionale e della tecnica dell’ascolto attivo, che se per Debora ormai è troppo tardi, almeno che si salvi la ragazzina. E come fare, senza evitare un richiamo disciplinare?
– Giulia? – a riscuoterla dai suoi macchinosi pensieri è l’usciere – C’è qui quella ragazzina, quella del cane, dice che vuole parlarti.
– Falla entrare.-
Appena pronuncia quelle parole, la ragazza esce da dietro la figura imponente dell’usciere e accenna ad un sorriso.
– Salve.
– Ciao.
– Io vorrei continuare con la psicologa.. So che i miei genitori hanno detto che è tutto a posto, che..
– Non ti preoccupare, fissiamo subito un incontro. Aspetta che guardo l’agenda e chiamo la dottoressa Ghitti.
E lì, mentre porta la cornetta all’orecchio, le capita di alzare lo sguardo e d’incrociare quello intimidito della ragazzina. Non si era ancora accorta che avesse gli occhi così verdi.

 
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Pubblicato da su 15 giugno 2013 in dolore, Racconti

 

IL RUMORE SOTTOPELLE – seconda puntata

Ogni taglio ha la sua storia.
Mamma che litiga con papà: la piccola croce giallognola tratteggiata all’interno dell’avambraccio. Elide che torna a casa con un altro 30 e lode: una lunga linea marroncina.
Carlo che bacia Simona: il cuore stilizzato rosso sangue che ho impresso sulla mia pancia.
E’ successo stamattina, a scuola. Durante l’intervallo i due stavano vicini e ridacchiavano senza un motivo. Poi Carlo si è avvicinato troppo e ha urtato la bocca di Simona. Avrei voluto urlare. Avrei voluto prendere quel visino carino, con gli occhi scuri e la bocca carnosa, e riempirla di graffi. Avrei voluto che morisse. O meglio avrei voluto essere lei, tremendamente. E invece mi sono chiusa in bagno. Prima piangevo. Ora non mi basta più. Devo tagliarmi. Dopo due piccoli sfregi sulle braccia mi sento più tranquilla, come se mi fossi data la giusta punizione per aver pensato certe cose. Ma stamattina sembravo un’invasata. Mi sono tagliata anche sulla pancia. Avrei voluto aprirmi in due e fare uscire tutta la rabbia che tenevo e fare uscire una nuova me, più magra, più tettona, più più più… più Simona. E’ una furia che mi prende in maniera devastante e devo devo devo assolutamente tagliarmi, farmi male, vedermi distrutta per poter stare meglio. Ora sento bruciare le ferite sotto la maglietta, e finché bruciano va bene, c’è speranza, vuol dire che ancora “sento”. Se c’è il dolore ci sono anch’io e va bene, va bene così.
Solo che oggi mia mamma ha stranamente intuito che avevo qualcosa che non andava. Così si è costretta a parlarmi. Quando io e mia madre conversiamo, seguiamo sempre lo stesso schema verbale. Io tendo a dire a bassa voce l’esatto contrario di quello che mi urlo nel cervello. Il dialogo-tipo tra me e mia madre suona più o meno così:
« Ciao cara, com’è andata oggi?»
«Bene.» Di merda.
«Stai bene, vero?»
« Sì.» NO!
«Se avessi un problema, me ne parleresti?»
«Certo..». Sì, sogna…
«E la scuola?»
« Non c’è male..». No, no, c’è male!
« E quel ragazzo..ehm..Carlo?»
« Parliamo, ogni tanto..». Tra un intervallo e l’altro della sua maratona di baci con quella zoccola.
« Allora io vado.» E mi dà un bacio. O meglio lo mima, da lontano. E io preferisco che sia in questo modo, che non ci sia un vero contatto tra noi, che a tenerci legate siano solo parole bugiarde. E’ così: le bugie sono indispensabili se vuoi nascondere i tagli dell’anima. E del corpo. Alla fine non sono forse la stessa cosa?

foto di Angela Grieco

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IL RUMORE SOTTOPELLE – prima puntata

foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

Io mi taglio. Ho cominciato qualche mese fa, per gioco. Mi è piaciuto e ho continuato a farlo. Mi taglio con i coltelli da cucina, con le lamette per la barba di papà, con i temperini. Tagliarmi mi fa sentire viva. Mi piace vedere il rosso del sangue e il giallastro delle cicatrici. Ogni ferita che mi procuro è un passo verso la distruzione. Io voglio distruggermi. Non voglio essere me stessa, non voglio essere, punto.

Cenavamo, una delle tante sere d’autunno. Guardavo le veline alla tivù e invidiavo i loro seni gonfi e alti.

« Ma dai! Possono posarci il mento sulle tette!»

« Dici così perché le vorresti anche tu.»

A parlare era mia sorella. Anche quando guardo mia sorella brucio d’invidia. Lei è perfetta. I miei genitori l’adorano, perché è una studentessa brillante, fa volontariato e ha un ragazzo che lavora in banca. Probabilmente morirà presto: Dio chiama sempre a sé tanta perfezione. Le stronze, quelle come me, campano cent’anni.

« Va bene, magari mi piacerebbe essere così», ho dovuto ammettere.

«Questo è il tuo problema: tu non ti accetti perché vuoi essere un’altra.». Mio padre fa lo psicologo e risposte così sono la normalità a casa nostra. Io voglio essere un’altra, dice. Cazzo, papà, a volte ci azzecchi quasi. Io vorrei essere un’altra e se lo fossi vorrei comunque essere un’altra. Perché semplicemente non voglio essere. E quindi mi taglio. Gli altri non se ne accorgono: basta abbassare le maniche della maglietta fino al pollice. E poi nessuno mi guarda. Sono invisibile e a me va bene. Non mi taglio per attirare l’attenzione. Lo faccio per sparire al più presto.

Faccio anche ginnastica con la maglietta a maniche lunghe. Tranne quel giorno. La prof si è arrabbiata e ha cominciato a urlare come un’isterica. « Corlini, la maglietta!»

« Sono forse in reggiseno, prof?»

« Poco sarcasmo! Vai a cambiarti la maglietta!»

Sono tornata con le braccia completamente nude. I tagli brillavano lucidi sulla pelle bianca. Li sentivo pizzicare, lì all’aria aperta alla portata degli sguardi di tutti. La prof se n’è accorta, mi ha bloccato in corridoio. Mi ha guardato strano, poi mi ha fatto: «Che hai fatto, Corlini?»

« Sono caduta col motorino». Bugia. Figurati se i miei mi comprano il motorino.

« Mi vergognavo e così ho messo la m…»

« Rimettitela!»

Sono tornata verso lo spogliatoio delle ragazze. In corridoio c’era anche Carlo. Mi fissava. Non le braccia. Guardava me. Me.

« Che vuoi Carlo?»

Scuote la testa e dice: « Tu sei tutta pazza».

Va bene, magari ha ragione: forse sono pazza. Perché a volte la notte faccio un sogno strano. Io mi taglio e il sangue scorre a fiumi. Poi non è più sangue, ma sono le mie vene. Le mie vene sono radici che infettano la terra. Quando mi sveglio, so che è vero. Io mi taglio e mi piace.

 
 

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IL DOLORE DEGLI ALTRI

foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

Mi chiamo Martina e lavoro con il dolore degli altri. Sta lì, messo a nudo, nero su bianco in delle cartellette verdi, azzurre, gialle. Degli altri non vedo le facce, non sento le voci, leggo solo nomi anonimi e il loro dolore. Si potrebbe pensare che sono fortunata, «tu non lavori a stretto contatto con loro, non vedi le facce stravolte, non ascolti da loro quelle storie assurde». Me l’ha detto l’altro giorno un’educatrice alle prime armi, mentre un’assistente sociale rassegnata dagli anni la rassicurava: «va che basta un po’ di tempo e poi ti abitui, imparerai a distaccarti».
No, non lo faccio, ma non so cosa sia peggio. Io, il loro dolore, non lo posso prendere a piccole dosi, è scritto lì, spogliato di ogni filtro che gli possa dare un volto, un tono di voce, un sorriso celante. E come una mitragliatrice che spara tutti i suoi colpi prima di mettere a segno, chiuso un dolore se ne apre un altro e poi un altro ancora. La velocità nello scorrere i casi non impedisce certo che alcuni umori mi si incollino addosso. E che stupida che sono a pensare ogni volta che chiusa una pratica possa dimenticare e ricominciare con un’altra. E che stupida sono a sperare che un mio sorriso dei denti possa nascondere il mio, di dolore. Affondare gli occhi nel dolore degli altri mi ha costretto a guardare anche nel mio. E a pensare, rimuginare e cominciare a capire. A capire che la differenza tra il dolore altrui e il proprio è che il dolore degli altri puoi benissimo dimenticarlo e che il tuo a volte devi dimenticarlo per potere andare avanti, nella vita. A sapere, finalmente, che il dolore non impedisce comunque la creazione della gioia, e che nella terra della sofferenza c’è sempre spazio per un piccolo fiore coraggioso. Sto imparando, grazie al dolore degli altri, a non essere più presuntuosa, a non pensare che la gente lì fuori mi debba trattare bene perché io sto male, e che cazzo, e ho tutto il diritto di essere trattata bene. Sto imparando che ogni dolore è legittimo, a vedere il mio sotto un altro aspetto, non a sminuirlo ma neanche a ingigantirlo. Perché ogni dolore è dolore. Non importa se hai bucato una gomma o se la macchina non puoi neanche permettertela, se non trovi più il cellulare o se ti sei fritto il cervello a furia di averlo attaccato all’orecchio, se sei stato abbandonato dall’amore della tua vita o se non l’hai nemmeno ancora incontrato, se qualcuno ha abusato di te o della tua pazienza, se non riesci a sentire o non riesci ad ascoltare, se hai perso tuo padre o non l’hai neppure conosciuto, se soffri di una malattia incurabile o di un raffreddore. Non importa: è il tuo dolore. Tienilo stretto, non metterlo avanti, come fai con le mani, come giustificazione per non stare al mondo, ma fanne uno stimolo per viverci, nel mondo. Io da parte mia, cercherò di farlo, e soprattutto, lo prometto, non imparerò mai ad abituarmi al dolore.

 
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Pubblicato da su 20 dicembre 2012 in dolore, liberazione, Racconti

 

NMYOHRK

Mi cercavano. Perdere una bambina di quattro anni in un labirintico centro commerciale non è cosa da poco. Ero attaccata a mia madre due secondi prima e subito dopo ero svanita nel nulla. Panico. L’avranno rapita o l’avrà presa qualcuno con la scusa di una caramella, è golosa lo sai che è golosa tua figlia? O magari è uscita dal centro commerciale e sarà finita sotto una macchina, è curiosa lo sai che è curiosa tua figlia?
– Demetrio!- avrà detto mia madre con quel tono un po’ ansioso, con la voce che saliva sulla prima sillaba e poi scivolava stridula sulle ultime due, dilatandole quelle “e” che quando si ha paura le origini calabresi non si riescono a nascondere. – Demetrio!- avrà ripetuto, non ricevendo da mio padre nessuna risposta. Pensava mio padre, pensava a dove potessi essermi cacciata lì in quella babele di colori urlati e suoni sgargianti. E stava zitto. Seguivano indizi, proviamo qui nel negozio di dolciumi o là in quello dei profumi, ma come te la sei persa mi chiedo, ma era lì attaccata a me e poi anche tu che te ne sei andato a fare?
Mi trovarono poco dopo, che chiamavo a gran voce un manichino “papà”, tirandogli la manica del vestito inamidato come per ricevere un po’ d’attenzione. Papà, dicevo. Ad un manichino. Che allora mio padre era ancora magro.

Da quella volta mi sono persa altre volte, tante volte. Come il giorno della gita in seconda media. Eravamo al castello di Brandola, in Emilia. A Valeria scappava forte la pipì, proprio mentre si doveva ritornare al luogo scelto per il ritrovo, da cui subito dopo si sarebbe ripartiti col pullman.
– T’aspetto io dai, vai in bagno!- E aspettavo, e aspettavo. Nel bagno delle signore c’era una fila chilometrica che andava a rilento. Intanto l’autobus dalla piazzetta era già partito da un pezzo e noi due, povere sceme, eravamo rimaste a piedi. E inoltre chi si ricordava la strada per arrivarci, alla piazzetta? Valeria no di certo, anzi piangeva e bofonchiava che saremmo rimaste lì.
– Ci siamo perse, ci siamo perse.-
– Ma va Valeria, è per di qua la strada, è per di qua.- Chissà perché una che come me non ha senso dell’orientamento, lì sapeva muoversi come se ci fosse già stata. Mi sentivo profondamente ancorata a quell’ambiente, già nel castello avevo girato le stanze riconoscendo le fatture delle tende e gli odori antichi racchiusi nel pulviscolo, evitando anche uno scalino sconnesso come se quelle scale le avessi già salite mille altre volte. Non mi sono più sentita così assurdamente in linea con qualcosa o qualche luogo in futuro; solo quella volta a dodici anni ho avuto la netta sensazione di sapere esattamente come muovermi, di essere esattamente dove dovevo essere. Buffo come andando avanti con gli anni e con la vita certe percezioni non ricompaiano più, strano come la sicurezza in qualcosa invece di aumentare diminuisca, e siano i dubbi a moltiplicarsi. E’ come se più cose conosci, meno cose conosci. Alla fine la piazzetta l’abbiamo trovata e il pullman era ancora lì, o meglio era ritornato indietro grazie alla Verdelli che si era accorta che mancavamo noi.
– Professoressa, mancano la Trutti e la Giraldi.
– O mamma mi sono persa due alunne, torni indietro per favore, torni indietro.- aveva intimato la prof. d’italiano ad un autista già abbastanza seccato.

Ci sono momenti poi che ti perdi anche se sei lì. Come la volta dell’incidente. Alla rotonda un pazzo ci è venuto addosso, la macchina di mio padre ha cominciato a girare come quelle folli tazze di Gardaland. – Ci siete tutti?- ricordo ancora la voce incrinata di papà. E noi a toccarci naso, orecchie, gambe per capire se c’eravamo ancora. Siamo qui papà, non ci siamo perse, un po’ forse Ele, ma è spaventata, però siamo intere, pà. Ci sono volte che ci si tocca per accertarsi di esserci ancora. Ci si dimentica, chissà perché, di dare una palpatina al cuore. Lo si dimentica, o lo si vuole dimenticare, a volte perché si dà per scontato che stia sempre lì a battere come deve battere, più spesso perché non si vuole sentirlo soffrire.

Più avanti, quando presi la patente, mi si aperse davanti una stagione di libertà e indipendenza sfrenata. Potevo andare dovunque volessi a qualsiasi ora, senza dover pesare su mio padre o su mia madre o sui genitori degli altri. Si aprì anche la stagione dei vagabondaggi in macchina. La gente mi aspettava per un’ora ed io arrivavo quando ormai ero data per dispersa, risucchiata dalle vie tortuose della Brianza. Effettivamente mi perdevo facilmente, giravo a destra non notando un cartello che dichiarava chiaramente Macherio a sinistra, e mi ritrovavo a vorticare, incazzata, disperata. Quando infine mi davo per vinta, come per magia riappariva un altro cartello. Per Macherio di qui babba, mi insultava, e poi dritta.

Per non parlare degli uomini. Ci sono stati uomini possessivi che facevano incubi in cui io mi perdevo in città esotiche e loro non riuscivano a trovarmi, e altri talmente persi da sé da non accorgersi che mi ero persa anch’io, lì da qualche parte. Per fortuna io, da me, mi ritrovavo sempre, ogni volta col cuore un po’ più consumato.

In realtà non mi sono mai persa davvero. Mi riorientavo subito o venivo sempre ritrovata. Non c’era scampo, non c’è scampo. A quanto pare lascio scie troppo visibili, e percorro sempre la via della razionalità. Mio padre apprezza questa mia incapacità a perdermi, brava brava, mi elogia, che non ti arrendi mai. E invece a volte lo vorrei fare, che perdersi ed arrendersi vuol dire in fondo riuscire ad abbassare la guardia. Che arrendersi significa capire che non si può sempre fare la cosa giusta, perché è così che deve essere, che poi alla fine non è mai giusta per nessuno, figurarsi per se stessi. Non so perdermi. Devo sempre tenere accesa la mente e acuiti i sensi, non riesco a spegnermi per un attimo e farmi vedere un po’ fragile un po’ cagasotto, a volte. Sempre all’erta come i gatti, sempre sull’attenti. Guai a mostrarsi debole, guai a non ritrovare la strada. Ma oggi sono qui, davanti a te, e ho deciso. Oggi mi perdo, voglio confondermi con te. Voglio zittire per un attimo la mia stupida razionalità, uscire da me stessa e percorrere a zig zag le strade del cuore. Mi perdo oggi. E voglio fare in modo che non mi ritrovi nessuno. Soprattutto me stessa.

foto di Angela Grieco

 
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Pubblicato da su 5 luglio 2012 in felicità, liberazione, Racconti

 

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