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IL RUMORE SOTTOPELLE – terza puntata

foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

Mamma dice che da quando Giulia se n’è andata non esco più di casa. Dice che sono più musona. «Ce l’hai qualche amico a scuola? Devi cercare di aprirti di più, di fare amicizia.» Come se fossi un cane che scodinzola e la gente si sdilinquisce, come se fosse facile come quando all’asilo davi la mano al tuo compagno di dormite ed era amore per tutta la vita. Non è vero che non ho amici, a scuola parlo con Silvia, ci parlavo anche prima, quando Giulia occupava un ampio spazio della mia esistenza. Giulia è sempre stata la mia migliore amica, forse da prima che nascessimo. Le nostre mamme si conoscevano dai tempi del liceo, e non si erano mai perse di vista nemmeno quando la mamma di Giulia aveva cominciato a viaggiare per rincorrere il suo lavoro di traduttrice. La nascita di Giulia l’aveva un po’ frenata, ma non appena ha ricevuto un’offerta come insegnante di italiano in un prestigioso istituto della Provenza è partita senza pensarci due volte, portandosi appresso Giulia a mo’ di bagaglio umano. Va beh Giulia poteva anche impuntarsi e decidere di rimanere qui, ormai a diciannove anni e finito il liceo poteva iscriversi all’università qui a Milano, ma ha voluto seguire sua madre, allettata dalla prospettiva di abitare in Francia e parlare e ascoltare la lingua dei suoi scrittori preferiti. Con una che chiama il suo gatto Balzac, c’è poco da recuperare.
Così adesso parlo un po’ più di prima con Silvia. Silvia è bellissima, ha questa massa di capelli biondi che scivolano a boccoli sulla schiena e gli occhi scuri come la benzina. Solo che è timidissima e nessuno a scuola sembra accorgersi di quanto sia bella. C’è da dire che i maschi della nostra classe sono dei grandi cretini, soprattutto Roberto che la prende sempre in giro imitando la sua vocina quasi afona che si spezza su certe consonanti. L’altra mattina l’ho beccata che piangeva chiusa in bagno, sapevo che era lei da come tirava su col naso.
«Silvia, sono io, Alina» ho detto forte.
« Mmm, che c’è?»
«Esci tu o mi fai entrare?»
Ha aperto la porta. Sono entrata svelta e ho richiuso subito; so bene quanto può essere fastidioso farsi vedere tristi dal mondo lì fuori dal bagno.
«Piangi per Roberto?»
«No.. Sì, un pochino. Ma non solo per lui.»
«Ma tu lo devi lasciare stare a quello scemo! E’ talmente brutto con quella testa romboidale che non troverà mai nessuna che se lo fili, figurati una come te.»
Dopo un po’ di tempo, Silvia ha fatto uno sbuffo strano con la bocca. Quando l’ho vista sussultare ho capito che stava ridendo e mi è scappato da ridere anche a me. Poi mi ha confessato una cosa. E io ho capito tante cose di lei, il perché del suo modo di parlare o del fatto che spesso non si giri quando qualcuno la chiama dai banchi dietro per chiederle qualcosa. E mi è venuta voglia di andare fuori e dare quattro o cinque sberle a Roberto.
«Silvia, ma sai che io non l’avrei mai detto..»
«Ah sì, e perché?»
«Perché mi sembri l’unica che sappia ascoltare davvero..»
Non avessi mai detto questa frase! Ha ripreso a frignare più di prima, mentre io stavo lì guardarla, a pensare che forse avrei dovuto abbracciarla ma non ci riuscivo. Sono disabile anch’io, non so più volere bene, non so più abbracciare o condividere spazi angusti con altra gente. Piano piano si è ricomposta, si è asciugata gli occhi e ha soffiato forte il naso in un pezzo di carta igienica con i fiorellini. « Andiamo?» mi ha chiesto, con già la mano sulla maniglia della porta.
E lì l’ho ammirata. Ho pensato che le persone con una qualche disabilità debbano avere una forza tremenda per stare in questo nostro mondo di stronzi. Mi sono vergognata dei miei tagli.

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Pubblicato da su 13 luglio 2013 in Il rumore sottopelle, Racconti

 

IL RUMORE SOTTOPELLE – seconda puntata

Ogni taglio ha la sua storia.
Mamma che litiga con papà: la piccola croce giallognola tratteggiata all’interno dell’avambraccio. Elide che torna a casa con un altro 30 e lode: una lunga linea marroncina.
Carlo che bacia Simona: il cuore stilizzato rosso sangue che ho impresso sulla mia pancia.
E’ successo stamattina, a scuola. Durante l’intervallo i due stavano vicini e ridacchiavano senza un motivo. Poi Carlo si è avvicinato troppo e ha urtato la bocca di Simona. Avrei voluto urlare. Avrei voluto prendere quel visino carino, con gli occhi scuri e la bocca carnosa, e riempirla di graffi. Avrei voluto che morisse. O meglio avrei voluto essere lei, tremendamente. E invece mi sono chiusa in bagno. Prima piangevo. Ora non mi basta più. Devo tagliarmi. Dopo due piccoli sfregi sulle braccia mi sento più tranquilla, come se mi fossi data la giusta punizione per aver pensato certe cose. Ma stamattina sembravo un’invasata. Mi sono tagliata anche sulla pancia. Avrei voluto aprirmi in due e fare uscire tutta la rabbia che tenevo e fare uscire una nuova me, più magra, più tettona, più più più… più Simona. E’ una furia che mi prende in maniera devastante e devo devo devo assolutamente tagliarmi, farmi male, vedermi distrutta per poter stare meglio. Ora sento bruciare le ferite sotto la maglietta, e finché bruciano va bene, c’è speranza, vuol dire che ancora “sento”. Se c’è il dolore ci sono anch’io e va bene, va bene così.
Solo che oggi mia mamma ha stranamente intuito che avevo qualcosa che non andava. Così si è costretta a parlarmi. Quando io e mia madre conversiamo, seguiamo sempre lo stesso schema verbale. Io tendo a dire a bassa voce l’esatto contrario di quello che mi urlo nel cervello. Il dialogo-tipo tra me e mia madre suona più o meno così:
« Ciao cara, com’è andata oggi?»
«Bene.» Di merda.
«Stai bene, vero?»
« Sì.» NO!
«Se avessi un problema, me ne parleresti?»
«Certo..». Sì, sogna…
«E la scuola?»
« Non c’è male..». No, no, c’è male!
« E quel ragazzo..ehm..Carlo?»
« Parliamo, ogni tanto..». Tra un intervallo e l’altro della sua maratona di baci con quella zoccola.
« Allora io vado.» E mi dà un bacio. O meglio lo mima, da lontano. E io preferisco che sia in questo modo, che non ci sia un vero contatto tra noi, che a tenerci legate siano solo parole bugiarde. E’ così: le bugie sono indispensabili se vuoi nascondere i tagli dell’anima. E del corpo. Alla fine non sono forse la stessa cosa?

foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

 

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IL RUMORE SOTTOPELLE – prima puntata

foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

Io mi taglio. Ho cominciato qualche mese fa, per gioco. Mi è piaciuto e ho continuato a farlo. Mi taglio con i coltelli da cucina, con le lamette per la barba di papà, con i temperini. Tagliarmi mi fa sentire viva. Mi piace vedere il rosso del sangue e il giallastro delle cicatrici. Ogni ferita che mi procuro è un passo verso la distruzione. Io voglio distruggermi. Non voglio essere me stessa, non voglio essere, punto.

Cenavamo, una delle tante sere d’autunno. Guardavo le veline alla tivù e invidiavo i loro seni gonfi e alti.

« Ma dai! Possono posarci il mento sulle tette!»

« Dici così perché le vorresti anche tu.»

A parlare era mia sorella. Anche quando guardo mia sorella brucio d’invidia. Lei è perfetta. I miei genitori l’adorano, perché è una studentessa brillante, fa volontariato e ha un ragazzo che lavora in banca. Probabilmente morirà presto: Dio chiama sempre a sé tanta perfezione. Le stronze, quelle come me, campano cent’anni.

« Va bene, magari mi piacerebbe essere così», ho dovuto ammettere.

«Questo è il tuo problema: tu non ti accetti perché vuoi essere un’altra.». Mio padre fa lo psicologo e risposte così sono la normalità a casa nostra. Io voglio essere un’altra, dice. Cazzo, papà, a volte ci azzecchi quasi. Io vorrei essere un’altra e se lo fossi vorrei comunque essere un’altra. Perché semplicemente non voglio essere. E quindi mi taglio. Gli altri non se ne accorgono: basta abbassare le maniche della maglietta fino al pollice. E poi nessuno mi guarda. Sono invisibile e a me va bene. Non mi taglio per attirare l’attenzione. Lo faccio per sparire al più presto.

Faccio anche ginnastica con la maglietta a maniche lunghe. Tranne quel giorno. La prof si è arrabbiata e ha cominciato a urlare come un’isterica. « Corlini, la maglietta!»

« Sono forse in reggiseno, prof?»

« Poco sarcasmo! Vai a cambiarti la maglietta!»

Sono tornata con le braccia completamente nude. I tagli brillavano lucidi sulla pelle bianca. Li sentivo pizzicare, lì all’aria aperta alla portata degli sguardi di tutti. La prof se n’è accorta, mi ha bloccato in corridoio. Mi ha guardato strano, poi mi ha fatto: «Che hai fatto, Corlini?»

« Sono caduta col motorino». Bugia. Figurati se i miei mi comprano il motorino.

« Mi vergognavo e così ho messo la m…»

« Rimettitela!»

Sono tornata verso lo spogliatoio delle ragazze. In corridoio c’era anche Carlo. Mi fissava. Non le braccia. Guardava me. Me.

« Che vuoi Carlo?»

Scuote la testa e dice: « Tu sei tutta pazza».

Va bene, magari ha ragione: forse sono pazza. Perché a volte la notte faccio un sogno strano. Io mi taglio e il sangue scorre a fiumi. Poi non è più sangue, ma sono le mie vene. Le mie vene sono radici che infettano la terra. Quando mi sveglio, so che è vero. Io mi taglio e mi piace.

 
 

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